Comò Luigi XVI

Comò a tre cassetti

Torino, ultimo quarto XVIII secolo

Descrizione:

Comò antico a tre cassetti. Il primo cassetto più basso sotto piano segue il motivo delle fasce con riserve a greca, gli altri due presentano due riserve a marquetterie come quelle dei fianchi e una riserva centrale con l’impiallacciatura disposta a raggiera.
Le quattro pilastrate sporgenti di cui le due frontali disposte a 45° hanno delle riserve in bois de rose contenute in piccole cornici che marcano anche i cassetti. I legni utilizzati per gli intarsi sono, il palissandro per la parte scura, il bois de rose, noce e acero per le filettature e le due bocchette dei cassetti; anche i piedi slanciati e torniti nel noce massello contengono intarsi a toppo.

Gli interni dei cassetti sono eseguiti con la precisione da stipettaio, scegliendo e sposando le assi di noce e con incastri a piccole code di rondine disposti a 45° gradi sul fondo. Il piano è in marmo scelto di bardiglio di Valdieri. L’ossatura del mobile è in noce massello fatto salvo per il fondo in pioppo.

Dimensioni: 91 x 122 x 56 cm

Analisi storico-stilistica:

Per quanto riguarda l’ebanisteria, Torino nel settecento è fortemente condizionata dalla figura di Pietro Piffetti (1701-1777), ritenuto insieme a Charles Buolle il più grande ebanista di tutti i tempi.
Nelle sue ultime realizzazioni riuscirà ad abbandonare quasi definitivamente le linee di “Juvarriana memoria” che l’hanno caratterizzato e anche i ricchi materiali come madreperla, avorio, tartaruga e metalli vari, realizzerà, come prototipo per i suoi eredi, dei mobili più semplici e alla “nuova moda” d’oltralpe. L’influenza francese sarà infatti sempre molto presente nella capitale sabauda.

Se per quanto riguarda le opere d’intaglio Torino gioverà di un altro artigiano eccezionale, Bonzanico, per l’ebanisteria degli ultimi decenni del XVIII secolo l’eredità di Piffetti sarà presa in carico da più ebanisti, capaci di grande maestria esecutiva ma senza la qualità inventiva del maestro. Tra questi ricordiamo Giovanni Galletti(1735-1819) e Giuseppe Viglione (1748-1823). Il nostro cassettone antico è senz’altro avvicinabile più alle opere note del secondo.

Se la qualità costruttiva ne denuncia la committenza molto importante, i motivi di ebanisteria a marquetterie e l'uso delle greche sono tratti caratteristici dei mobili noti del Viglione.

Un mobile, che ho avuto la fortuna di analizzare dal vero, e che presenta molte similitudini, per la l’esecuzione molto accurata, gli stessi materiali pregiati e lo stesso marmo, è la cassettiera a mezza luna, conservata Torino al secondo piano nobile di Palazzo Reale; anche i piedi torniti e intarsiati sembrano unire i due mobili alla stessa paternità.

Particolarmente interessante è anche la presenza del piano in marmo Bardiglio di Valdieri.
Le cave del “Bardiglio di Valdieri “ erano di proprietà reale, infatti sono state trovate ancora sui massi croci di Savoja e Corone Reali che ne stabilivano la proprietà sin dal 13 agosto 1743.
Possiamo pertanto affermare con sicurezza che il comò Luigi XVI qui analizzato sia stato realizzato nell’ultimo quarto del XVIII secolo in Torino città, se non per la famiglia reale per una aristocrazia a lei vicina, mentre non avendo firme non è possibile dare con certezza la produzione alla bottega del Viglione, anche se tra le botteghe note ci sembra senz’altro la più probabile.

Bibliografia:

– Roberto Antonetto, Il mobile piemontese nel Settecento, Ed. Allemandi 2010

– Articolo di Mario Catella, I marmi del Piemonte , Rivista Atti e rassegna tecnica della società degli ingenieri e degli architetti in Torino, anno 5-n. 3- Marzo 1951

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